Le Terre di Focara, sin dall’età romana, hanno evidenziato come asse portante il tracciato della via Fla minia compreso tra il fiume Tavollo e la valle a S/W del valico di Siligata. Era una terra ottimamente collegata, sotto il profilo viario, sia al nord Italia che al versante tirrenico della penisola. Alla Flaminia, lungo il complesso tragitto da Ariminum a Roma, si innestavano diverticula longevi, in taluni casi, come lo stesso percorso madre. La storiografia ha ipotizzato che, a partire dall’VIII secolo d.C., al tracciato della Flaminia compreso tra il valico di Siligata e la città di Fossombrone (PU) nella valle del fiume Metauro fu preferito un percorso interno, per buona parte di crinale, onde evitare gli impaludamenti lungo la costa e il presunto interramento del ponte sul Pisaurus, alle porte della città di Pesaro.

Non evidenziando un proprio nome nella documentazione, la via è stata genericamente definita in sede convegnistica “via delle Pievi” , poiché essa sarebbe stata riscoperta, storiograficamente, mettendo a sistema un nucleo di pievi tra le diocesi di Pesaro e Fossombrone. Dunque la “strada” sarebbe nata in conseguenza all’edificazione degli edifici plebani, come raccordo tra questi in funzione di bypass della Flaminia. Il tracciato, provenendo da Rimini, si sarebbe distaccato dalla consolare all’altezza del sito di San Cristoforo, in corrispondenza dell’odierna “strada ferra ta sud”; di lì avrebbe raggiunto, transitando per il colle di Granarola, la pieve di San Pietro in Maceula (località Babbucce, frazione di Pesaro), la pieve di San Lorenzo in Strata, l’abbazia di San Tommaso in Foglia, la pieve di Montegaudio, la pieve di Monteguiduccio e la pieve di San Martino del Piano di Fossombrone. Presso il sito di San Martino la strada si sarebbe riallacciata alla Flaminia, in direzione Roma. Lombardi la definisce: una vera e propria scorciatoia della Flaminia arrivando a ipotizzare che papa Zaccaria scelse d’incontrare, nell’VIII secolo d.C., l’esarca Eutichio a San Cristoforo perché la basilica si trovava al termine di quell’itinerario più breve.

Tralasciando le congetture proposte dalla storiografia locale, il percorso a vario titolo ipotizzato è credibile, tuttavia mal interpretato. Riteniamo, alla luce delle segnalazioni archeologi che esistenti lungo i siti oggetto del tracciato, che il range cronologico dello stesso vada necessariamente ampliato. Il tracciato, facente parte di una micro viabilità di raccordo intervallivo tra i bacini marchigiani dei fiumi Foglia e Metauro, doveva essere a vario titolo percorso già in età protostorica. Ciò sarebbe testimoniato dalla dislocazione di alcuni siti (e non siti), quantomeno dell’età del ferro, lungo il tragitto. Il ruolo del percorso (non una “via”, ma un semplice percorso) fu rivalutato presumibilmente nel Tardoantico, nell’ambito del conflitto greco – gotico, quindi antecedentemente rispetto all’edificazione delle pievi.

A differenza degli autori che ci hanno preceduto, siamo certi che quel tracciato non abbia preso vigore a seguito dell’edificazione degli edifici plebani, ma che chiaramente preesistesse agli edifici in questione. Impercorribile, alla luce dei dati storico / artistici a disposizione, l’ipotesi che tutte le pievi citate fossero presenti già nell’VIII secolo, al tempo di Eutichio e che la via fosse conseguente alle chiese matrici.

Molto più realisticamente, lungo quel tracciato secondario conosciuto in età protostorica e romana e riesumato dal contesto geo-politico altomedievale, furono (a partire quantomeno dall’età carolingia) impostati alcuni edifici plebani in soluzione di continuità rispetto ai vicini siti di età romana. Ribadiamo, come abbiamo affermato ormai in diverse sedi, che furono le pievi a seguire il popolamento in quest’area medio – adriatica, e non viceversa.

La “via delle Pievi” corrispondeva, nel suo primo tratto, all’odierna “strada ferrata sud” che corre nel Pia no Antico tra le località di Colombarone e Gradara. Nel Medioevo all’innesto della “strada ferrata sud” con la Flaminia si trovava, dalla parte opposta della consolare verso il litorale, l’aggancio di una seconda via (odierna “strada di Vincolongo”) che permetteva di raggiungere il castello di Galiola, la Valle de Medio (o di Caprile) e l’approdo di Focara (Vallugola).

Il percorso della “via delle Pievi”, nel suo tratto iniziale, prendeva due direzioni: un primo tracciato risaliva il colle di Granarola ed era propriamente quello relativo alla v. d. Pievi, un secondo attraversava il Piano Antico per risalire il versante S/E del colle di Gradara e raggiungere quel centro. Abbiamo riscontrato come quest’ultima breve strada che collegava la Flaminia al colle di Gradara (la “strada ferrata sud”) possedesse, nel XII secolo, un proprio toponimo: era chiamata “via defratta de Credaria” o “strata in Valdonica”. Come desumibile dalla documentazione pergamenacea ravennate, essa attraversava una selva chiamata “Selva Rotonda – Frassineta” che si estendeva tra la con solare e il poggio gradarese e che era proprietà degli arcivescovi di Ravenna da cui “Valdonica”: vallis dominica. La strada si distaccava dalla Flaminia, lasciava alla sua sinistra il colle di Granarola, poi quello di Monte Corbino e risaliva per la “fratta” di Gradara attraverso le pendici boscose meridionali del rilievo. La via è ancora apprezzabile nel disegno settecentesco di Passeri  e nelle altre piante presentate in questo volume. Essa è, da tempo immemore, una delle strade utilizzate per raggiungere il colle di Gradara dalla Flaminia. Ancora oggi la “strada ferrata sud”, distaccandosi dalla SS 16 in località Colombarone, si dirige verso Gradara transitando alle falde del Monte Corbino. Risalendo verso il colle gradarese essa ripercorre, con un buon grado di fedeltà, l’antica strata in Valdonica.