Granarola , il più contenuto urbanisticamente dei castelli in questione, non ebbe presumibilmente una rocca, dato anche il poco spazio presente all’interno del circuito e posta l’assenza di un’area sommitale (l’abitato è situato tutto alla stessa quota). Dotato di ingresso “a man sinistra”, nell’acquerello di Mingucci si nota il circuito murario, ma non si distinguono torri.

Oltre a roncare, opera di sottrazione di terre all’incolto, si provvide, quando possibile, anche a dissodare le terre. Durante il basso Medioevo, il territorio del castello di Granarola fu al centro di un’importante opera di canalizzazione delle acque: furono creati fossi e scoli per regimare il sistema “Fossa dei Tre Ponti / torrente Taviolo”.

Il castello di Monte Corbino, collocato tra i colli di Gradara e Granarola e attivo almeno dal IX-X secolo fu abbandonato, prestamente, tra XI e XII secolo. Dal l’XI secolo il centro fortificato non è più menzionato come titolare di una curtis, apparendo citato come fundus o locus 2, inserito a vario titolo o nella corte del castello di Granarola o in quella di Galiola. Se, quindi, nel 998 il centro fu indicato come castellum Montis Corbini cum omni integritate sua esso, nel 1032, risultava locus 3. Ciò induce a ritenere che quel luogo sia stato decastellato precocemente nei primi anni dell’XI secolo.

È evidente come il castello di Monte Corbino rappresenti, per le Terre di Focara, un’anomalia istituzionale e topografica. Esso nacque nell’alto Medioevo come un modestissimo villaggio d’altura, un’azienda presumibilmente formata da pochi nuclei familiari divenuta castello in un periodo fausto, tra IX e X secolo. Un momento di “fortuna” elevò, istituzionalmente, quel piccolo villaggio a castello titolare di una corte. Il centro non riuscì a emergere nel paesaggio a differenza dei circonvicini, risultando in crisi agli esordi dell’XI secolo. La crisi, per Monte Corbino, si risolse in decastellamento, un esempio di sito di “insuccesso” per questo territorio tra Marche e Romagna. Monte Corbino risultò “in più” in un paesaggio già consolidato e legato ad altri centri, la sua ristretta corte finì per essere inglobata in quelle di Granarola e Galiola.

FONTE IL PAESAGGIO DEGLI ARCIVESCOVI – DANIELE SACCO