È possibile ritenere che il paesaggio delle Terre di Focara, nei secoli centrali dell’impero romano, fosse caratterizzato dalla cerealicoltura (nel fondovalle) e dalla viticoltura / olivicoltura nei versanti collinari, soprattutto quelli del colle di Granarola e del San Bartolo che presentano una migliore esposizione dei versanti.

Granarolo (attualmente Granarola) sorge sulla cima di un colle di forma conoide che si rileva dalla valle del Taviolo, dirimpetto a Galiola, verso sud ovest. Il castello, costituito da un abitato cinto da mura e difeso da torri, è stato recentemente riqualificato e convertito in una struttura ricettiva d’eccellenza.

Tra Galiola (Casteldimezzo) e Granarola, nel piano vallivo, transita la consolare Flaminia; i due centri costituirono una “chiusa” sulla consolare tanto che il movente della loro edificazione rifletterebbe logiche tardo antiche di matrice militare, piuttosto che un’agglomerazione spontanea della popolazione. Montecorbino sorgeva sull’omonimo, modesto colle che si distacca dalla piana del Taviolo a sud ovest di Granarola. Del castello, precocemente de-castellato tra XI e XII secolo, fatta eccezione per un caseggiato ancora esistente nel versante sud-orientale del poggio, non restano tracce.

Concludendo, a partire dal termine del VI secolo d.C., come proficuamente provato per la confinante regione Toscana, la popolazione che gravitava nelle fattorie e nelle ville disposte a cavallo di questo tratto di Flaminia gradualmente dovette raccogliersi in villaggi d’altura. A valle si distendeva un’area moribonda, quella di Ad Aquilam. La popolazione residua di età romana non fece altro che arretrare, risalendo le pendici dei colli per attestarsi in posizione eminente, con la possibilità di poter controllare, ancora, sia l’approdo di Vallugola sia la consolare. Anche il versante sud-orientale del colle di Granarola e l’area a sud-ovest di Gradara erano interessate da un buon numero di fattorie e da ville rustiche. Postuliamo che le famiglie residue siano via via risalite sulla cima dei colli di Granarola e Montecorbino.

Le Terre di Focara, sin dall’età romana, hanno evidenziato come asse portante il tracciato della via Flaminia compreso tra il fiume Tavollo e la valle a S/W del valico di Siligata. Era una terra ottimamente collegata, sotto il profilo viario, sia al nord Italia sia al versante tirrenico della penisola. Alla Flaminia, lungo il complesso tragitto da Ariminum a Roma, si innestavano diverticula longevi, in taluni casi, come lo stesso percorso madre. La storiografia ha ipotizzato che, a partire dall’VIII secolo d.C., al tracciato della Flaminia compreso tra il valico di Siligata e la città di Fossombrone (PU) nella valle del fiume Metauro fu preferito un percorso interno, per buona parte di crinale, onde evitare gli impaludamenti lungo la costa e il presunto interramento del ponte sul Pisaurus, alle porte della città di Pesaro. Non evidenziando un proprio nome nella documentazione, la via è stata genericamente definita in sede convegnistica “via delle Pievi”, poiché essa sarebbe stata riscoperta, storiograficamente, mettendo a sistema un nucleo di pievi tra le diocesi di Pesaro e Fossombrone. Dunque la “strada” sarebbe nata in conseguenza alla costruzione degli edifici plebani, come raccordo tra questi in funzione di bypass della Flaminia.

Il tracciato, provenendo da Rimini, si sarebbe di staccato dalla consolare all’altezza del sito di San Cristoforo, in corrispondenza dell’odierna “strada ferrata sud”; di lì avrebbe raggiunto, transitando per il colle di Granarola, la pieve di San Pietro in Maceula (località Babbucce, frazione di Pesaro),

La “via delle Pievi” corrispondeva, nel suo primo tratto, all’odierna “strada ferrata sud” che corre nel Piano Antico tra le località di Colombarone e Gradara. Nel Medioevo all’innesto della “strada ferrata sud” con la Flaminia si trovava, dalla parte opposta della consolare verso il litorale, l’aggancio di una seconda via (odierna “strada di Vincolongo”) che permetteva di raggiungere il castello di Galiola, la Valle de Medio (o di Caprile) e l’approdo di Focara (Vallugola). Il percorso della “via delle Pievi”, nel suo tratto iniziale, prendeva due direzioni: un primo tracciato risaliva il colle di Granarola ed era propriamente quello relativo alla v. d. Pievi, un secondo attraversava il Piano Antico per risalire il versante S/E del colle di Gradara e raggiungere quel centro. Abbiamo riscontrato come quest’ultima breve strada che collegava la Flaminia al colle di Gradara (la “strada ferrata sud”) possedesse, nel XII secolo, un proprio toponimo: era chiamata “via defratta de Credaria” o “strata in Valdonica”.

FONTE IL PAESAGGIO DEGLI ARCIVESCOVI – DANIELE SACCO