È possibile ritenere che il paesaggio delle Terre di Focara, nei secoli centrali dell’impero romano, fosse caratterizzato dalla cerealicoltura (nel fondovalle) e dalla viticoltura / olivicoltura nei versanti collinari, soprattutto quelli del colle di Granarola e del San Bartolo che presentano una migliore esposizione dei versanti. Non dovevano mancare fichi, peri e meli.

La consolare Flaminia garantiva (assieme allo scalo focarese) la sistematicità dei traffici commerciali, la possibilità di esportazione e l’immissione immediata dei prodotti sul mercato, a largo raggio.

L’esistenza di un vicus nell’area di San Cristoforo a ridosso della Flaminia è conseguenza diretta della maggiore entità di rinvenimenti effettuati presso San Cristoforo, tra la Flaminia e il colle San Bartolo (comune di Pesaro) e contiene il sito della villa tardo – imperiale.

Le Terre di Focara, sin dall’età romana, hanno evidenziato come asse portante il tracciato della via Flaminia compreso tra il fiume Tavollo e la valle a S/W del valico di Siligata. Era una terra ottimamente collegata, sotto il profilo viario, sia al nord Italia sia al versante tirrenico della penisola. Alla Flaminia, lungo il complesso tragitto da Ariminum a Roma, si innestavano diverticula longevi, in taluni casi, come lo stesso percorso madre.

La storiografia ha ipotizzato che, a partire dall’VIII secolo d.C., al tracciato della Flaminia compreso tra il valico di Siligata e la città di Fossombrone (PU) nella valle del fiume Metauro fu preferito un percorso interno, per buona parte di crinale, onde evitare gli impaludamenti lungo la costa e il presunto interramento del ponte sul Pisaurus, alle porte della città di Pesaro. Non evidenziando un proprio nome nella documentazione, la via è stata genericamente definita in sede convegnistica “via delle Pievi”, poiché essa sarebbe stata riscoperta, storiograficamente, mettendo a sistema un nucleo di pievi tra le diocesi di Pesaro e Fossombrone. Dunque la “strada” sarebbe nata in conseguenza all’edificazione degli edifici plebani, come raccordo tra questi in funzione di bypass della Flaminia. Il tracciato, provenendo da Rimini, si sarebbe di staccato dalla consolare all’altezza del sito di San Cristoforo, in corrispondenza dell’odierna “strada ferrata sud”; di lì avrebbe raggiunto, transitando per il colle di Granarola, la pieve di San Pietro in Maceula (località Babbucce, frazione di Pesaro),

La “via delle Pievi” corrispondeva, nel suo primo tratto, all’odierna “strada ferrata sud” che corre nel Piano Antico tra le località di Colombarone e Gradara. Nel Medioevo all’innesto della “strada ferrata sud” con la Flaminia si trovava, dalla parte opposta della consolare verso il litorale, l’aggancio di una seconda via (odierna “strada di Vincolongo”) che permetteva di raggiungere il castello di Galiola, la Valle de Medio (o di Caprile) e l’approdo di Focara (Vallugola). Il percorso della “via delle Pievi”, nel suo tratto iniziale, prendeva due direzioni: un primo traccia to risaliva il colle di Granarola ed era propriamente quello relativo alla v. d. Pievi, un secondo attraversava il Piano Antico per risalire il versante S/E del colle di Gradara e raggiungere quel centro. Abbiamo riscontrato come quest’ultima breve strada che collegava la Flaminia al colle di Gradara (la “strada ferrata sud”) possedesse, nel XII secolo, un proprio toponimo: era chiamata “via defratta de Credaria” o “strata in Valdonica”. Come desumibile dalla documentazione pergamenacea ravennate, essa attraversava una selva chiamata “Selva Rotonda – Frassineta” che si estendeva tra la con solare e il poggio gradarese e che era proprietà degli arcivescovi di Ravenna da cui “Valdonica”: vallis dominica.

FONTE: Il Paesaggio degli Arcivescovi, Daniele Sacco.