Il nostro viaggio tra le frazioni dei dintorni ci porta oggi a scoprire questo luogo situato tra Gradara e Granarola la cui costruzione, come pieve di Santa Sofia, pare sia antecedente alla realizzazione dei rispettivi Castelli.

Le Terre di Focara facevano parte della diocesi della città di Pesaro e, nell’XI secolo, esse ricadevano nella giurisdizione di tre plebati: San Cristoforo (attestata nell’anno 909 e sita nell’attuale Colombarone), San Pietro (attestata nel 1027, sorgeva tra Monteluro, Granarola e il Boncio lungo la cosiddetta via delle Pievi) e Santa Sofia (menzionata nel 1032, ricostruita a metà degli anni trenta del novecento, sita a Pieve Vecchia).

La pieve di Santa Sofia era collocata in posizione di crinale in località Pieve Vecchia a S/W del rilievo di Gradara, lungo la via che collegava il colle di Gradara a quello di Monteluro. L’attuale struttura risulta edificata tra gli anni 1934 e 1936 con un orientamento differente rispetto alla precedente rilevabile, quest’ultima, dal catasto gregoriano.

L’edificio estendeva le sue pertinenze alle corti dei castelli di Gradara, Fanano e Tavullia. La prima menzione della Pieve di Santa Sofia si ha nell’anno 1032 in una pergamena conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Ravenna. Santa Sofia si trovava in curtis e non in castro, per cui dovette precedere di almeno un secolo la fondazione del Castello di Gradara datata all’incirca nel XII secolo. Tra la fine del XIII e il XIV secolo, per volontà dei Malatesta, la titolarità della pieve passò a una chiesa edificata all’interno delle mura del castello. Per la chiesa di Santa Sofia intra muros l’artista Giovanni Santi, Padre di Raffaello Sanzio, dipinse nel 1484 la nota Pala di Gradara, conservata presso la Rocca nella cosiddetta Sala del Giudizio.

FONTE Il paesaggio degli arcivescovi processi di trasformazione del territorio, Daniele Sacco.

In seguito ai danni subiti a causa del terremoto del 1916, il parroco di S. Sofia decise di abbandonare definitivamente la sede entro le mura del castello, e i locali della chiesa furono trasformati in un ristorante, il “Mastin Vecchio”, gestito con poco frutto dalla Diocesi.

Venne eretta una chiesa parrocchiale nel contado ove erano distribuiti i suoi fedeli, nei pressi della sua primitiva sede, nel luogo di quella detta la Pieve Vecchia di S. Sofia “fuori le mura”, una delle prime pievi del territorio pesarese e dipendente da Ravenna.

Ricostruita fuori dal centro storico, la chiesa è all’interno di un parco. La facciata con profilo a capanna è caratterizzata dai profili ad arco della cornice esterna in muratura e dal pronao sostenuto da colonne che inquadrano il portale. In asse col pronao è la bifora centinata ripartita da croce latina. Ai lati due monofore con profilo rettangolare danno luce alla chiesa. Il corpo della navata è contenuto nella parte di edificio più contenuta che poi si allarga in corrispondenza del transetto.  Tra la cappella di sinistra e l’abside è il campanile con cella aperta all’esterno con quattro fornici. La cella è coperta da cuspide in muratura. L’interno risente dell’architettura civile in voga negli anni ’30 del ‘900. Le linee sono pulite, prive di eccessive decorazioni. La navata ha pareti lisce, eccezione per le due arcate contornate da mostre in muratura. Dall’arcata destra si accede in chiesa. L’incrocio col transetto è delimitato da quattro archi con architravi posti all’imposta degli archi. Sull’architrave rivolto all’ingresso è l’iscrizione a lettere cubitali S. SOPHIAE DICATUM. Nei bracci dei transetti sono contenute due cappelle speculari: a sinistra dedicata all’Immacolata, a destra al Sacro Cuore di Gesù. Il presbiterio, delimitato da arco, si eleva sulla navata con tre gradini rivestiti in travertino. Sulla parete di fondo è fissato un Crocifisso in legno.