L’istituzione del DanteDì, ufficialmente decretata dal ministro Franceschini lo scorso gennaio quale giornata di commemorazione dedicata al Sommo Poeta, è stata stabilita nella data del 25 marzo di ogni anno.

Cogliamo l’occasione per radunare alcune informazioni e notizie che riguardano il passaggio e le tracce lasciate da Dante tra la Romagna e le Marche, proprio nei luoghi dove viviamo noi della Pro Loco Castrum Ligabitii.

Il nostro borgo già esisteva ai tempi di Dante Alighieri, esattamente tra le mura dell’attuale Gabicce Monte, e veniva chiamato proprio Castrum Ligabitii o curtis de Ligabitio oppure curtis castri Ligabicci. Era un posto di guardia e di avanguardia; il primo ruolo lo svolgeva nei confronti del porto di Vallugola, che sappiamo esistere dall’epoca romana, e il secondo compito gli toccava per antonomasia essendo il primo promontorio che si affaccia sull’Adriatico da Trieste in giù.

Bene, fatte queste premesse, occupiamoci ora di come poteva essere la vita nella nostra zona ai tempi in cui Dante scrisse la Divina Commedia, a cavallo tra il 1200 e il 1300; la data del 25 marzo per commemorarlo è stata scelta proprio perché in quel giorno sembra sia cominciato il  viaggio del Poeta nell’Inferno. Nel 2021 saranno esattamente 700 anni dalla morte del Sommo Poeta e in tutta Italia si svolgeranno commemorazioni; nel comprensorio “Terre di Focara”, com’era nominato l’attuale abitato del Parco San Bartolo, è nata l’associazione Focara per Dante, di cui parleremo più approfonditamente nelle prossime puntate.

A proposito della costruzione letteraria dell’Inferno fatta Dante nella Divina Commedia, suddiviso in gironi, in pochi sanno che proprio le Grotte dell’Onferno, a Gemmano, sono state d’ispirazione al Sommo Poeta. Percorrendole dall’alto al basso si può infatti immaginare di essere nell’Inferno dantesco: si incontra il trono di Minosse, il vento in faccia che sale dal basso che ricorda il vento del lussuriosi, le arpie del Canto tredicesimo, le viscere sanguinanti di Maometto, il cranio del Conte Ugolino che viene eroso dall’Arcivescovo Ruggieri nella ghiaccia infernale, le ali di Lucifero sul fondo delle grotte con migliaia e migliaia di pipistrelli. Un luogo da vedere dato che la visita inizia proprio con la discesa all’interno di un bosco ( una selva oscura … ?).

Torniamo ora a Gabicce, o meglio, al territorio detto comprensivamente “Terre di Focara” del nostro Castrum Ligabitii, la cui giurisdizione, dopo la metà del XIII secolo apparteneva alla chiesa ravennate.  Nei decenni precedenti, infatti, si scatenò la guerra tra Pesaro e Rimini per il dominio dei rispettivi comitati, specie sulle terre marginali e confinarie, come appunto Gabicce. Queste dispute portarono alla costituzione del comune di Gabicce come organizzazione amministrativa interna degli “homines de Ligabitij” che giurarono la conferma dei diritti, delle consuetudini e delle prebende del visconte. Ad ogni modo il vicario o visconte aveva la terza parte come diritti feudali, un terzo andava alle casse dell’arcivescovo e un terzo restava ai castellani “pro melioratione castri”.

Nonostante le condizioni di sudditanza, la soggezione agli enti ecclesiastici era meno dura che non quella dovuta ai signori feudali, come dimostrava la vita dei vicini abitanti di Gradara, soggetta i nobili Griffo. Fonti: Gabicce un paese sull’Adriatico tra Marche e Romagna, a cura di N. Cecini, pubblicato da Amm.ne Comunale di Gabicce, 1986; Turismo.it.

 

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