Oggi è il giorno dedicato alla narrazione e, se vogliamo riempirci la bocca con i paroloni, possiamo usare i termini inglesi che lo definiscono come il World Storytelling Day; ma cerchiamo di capire bene cosa significa storytelling, e perché noi vogliamo parlarne come di narrazione, come dell’arte di raccontare storie.

Bene, esistono diversi festival in tutto il mondo per ricordare la giornata dello storytelling, che cade nell’equinozio di Primavera; nei singoli paesi ci sono iniziative simili volte a valorizzare il patrimonio culturale, come il National Storytelling Festival, nato negli anni ’70 negli Stati Uniti, e anche in tante altre nazioni, come il Galles o l’Irlanda, si celebra l’arte del raccontare storie.

Ecco, parliamo di patrimonio culturale proprio perché il termine storytelling è un inglesismo che accogliamo volentieri, ma in parole nostre significa “l’arte di raccontare storie”, ed è molto più antica della lingua anglosassone; basta pensare a Omero e a Virgilio, ai loro racconti e a tutti quelli tramandati dalla tradizione popolare. Lo storytelling, dunque, fa parte del nostro bagaglio culturale di esperienze tramandate nei racconti, quelli che abbiamo ascoltato durante le famose veglie attorno al fuoco, che tanto ci mancano in questo momento.

Ma questa è un’altra storia, andiamo avanti con la definizione enciclopedica di questa “nuova” arte del terzo millennio.

Lo storytelling è l’atto del narrare, è una metodologia che usa la narrazione come mezzo creato dalla mente per inquadrare gli eventi della realtà e spiegarli secondo una logica di senso. L’atto del narrare, nello storytelling, si ritrova nell’esperienza umana e si può rappresentare in varie forme (individuali o collettive) che connettono pensiero e cultura. Soprattutto le emozioni dell’uomo – attraverso la narrazione – trovano il mezzo più efficace di espressione.

Il “pensiero narrativo” possiede una molteplicità di significati, ma questi necessitano di essere tradotti, affinché si possano costruire una o più forme di comunicazione che siano rielaborate dai soggetti secondo i termini della narrazione.

Il “discorso narrativo” permette di rendere comprensibile, comunicabile e ricordabile il vissuto. Quindi, il pensiero narrativo organizza l’esperienza soggettiva e interpersonale; mentre il discorso narrativo rende possibile la riflessione. Si tratta di un “processo interattivo” dal momento che il discorso narrativo rende possibili interpretazioni molteplici per tutti i soggetti che entrano in contatto con una certa storia.

Attraverso il “racconto di storie” noi cerchiamo di “mettere ordine” e di dare un senso attivo alle nostre caotiche esperienze quotidiane. Il nostro “vissuto umano” prende forma, diviene comunicabile, comprensibile e può essere ricordato. (FONTE WIKIPEDIA)

Adesso invece di dire cantastorie parliamo di storyteller, ma il significato è lo stesso; accogliamo volentieri questo termine inglese perché ci permette di immergerci dentro la tecnologia, consentendoci così di usare gli strumenti digitali moderni soprattutto per qualcosa di costruttivo.

Il risultato è che possiamo virtualmente ritrovarci tutti attorno a un unico focolare e, attraverso il web, ognuno può scegliere la storia da farsi raccontare.

Intanto godetevi questi racconti tratti dai “storytellers for peace” dell’edizione del World Storytelling Day 2017, il cui tema è stato la trasformazione e a tal proposito gli organizzatori hanno cercato di rispondere a questa domanda: come possono la scrittura e il raccontare storie trasformare il mondo in un posto migliore?

Dodici narratori provenienti da dieci paesi diversi ci danno le loro risposte (video con sottotitoli selezionabili in italiano e inglese). FONTE TEMPI-DISPARI.

HAPPY WORLD STORYTELLING DAY