In questi ultimi anni alcune specie di  animali che prima si vedevano molto raramente hanno cominciato a popolare i nostri boschi e qualche volta gironzolano anche nelle zone abitate.

Qualche giorno fa ho visto uno di questi animali sulla riva fangosa del Tavollo e ho deciso di raccontare qualcosa a riguardo spiegando come mai adesso vediamo più frequentemente delle specie che una volta era difficile incontrare dalle nostre parti.

La nutria, Myocastor coypus, detta anche miopotamo coipo, castoro d’acqua e ratto di palude, è un mammifero roditore originario del Sud america.

Topaccio gigante o piccolo castoro? Chi la disprezza non esita a definirla un grosso ratto, ma a dire il vero assomiglia più al simpatico castoro, almeno nell’aspetto.

Dopo la sua introduzione per l’utilizzo in pellicceria, si è rapidamente diffusa anche in diversi paesi d’Europa, tra cui l’Italia. Grazie alla capacità di adattamento, alle potenzialità riproduttive e alla resistenza fisica, pochi esemplari di nutria fuggiti dagli allevamenti o incautamente liberati in natura sono stati sufficienti per colonizzare un’area di vaste proporzioni, intorno a fiumi, laghi e zone umide.

La pelliccia è composta da lunghi peli rigidi color bruno-giallastro o bruno-rossastro; questi peli nascondono quasi completamente il sotto-pelliccia grigio scuro, soffice, denso e vellutato. Durante l’inverno la pelliccia diventa più folta e densa.

Le parti ventrali del corpo del castorino sono giallo chiaro e meno ruvide delle parti dorsali; il suo mento è ricoperto di peli biancastri e folti baffi.

Le femmine hanno 4-5 paia di mammelle toraciche, situate molto in alto sui lati del corpo, per agevolare il succhiamento dei piccoli anche durante il nuoto.

È una specie semi-acquatica, notturna e serale, anche se è spesso visibile di giorno, in particolare durante i periodi più freddi. Vive in acquitrini, rive dei laghi e corsi d’acqua lenti. Costruisce piattaforme di vegetazione dove si nutre e si cura la pelliccia. Utilizza tane di altri animali come rifugio, oppure scava sistemi di cunicoli che variano da semplici tunnel a complessi di camere e passaggi che si estendono per oltre 15 metri.

Traccia anche percorsi nell’erba alta e può allontanarsi fino a 180 metri dai rifugi. La maggior parte del suo tempo lo passa a nuotare o brucare le piante acquatiche. Può rimanere in immersione anche per più di 10 minuti. In acqua si spinge in avanti con colpi alternati dei piedi posteriori palmati. Vive in coppie o piccoli gruppi basati su diverse femmine imparentate tra loro.

Si nutre principalmente di parti vegetali, tra le quali preferisce le radici, i tuberi e i rizomi. Nelle regioni dove è stata introdotta si ciba di qualsiasi coltura disponibile. Ad elevate densità di popolazione riduce drasticamente la presenza di piante acquatiche, causando la formazione di acque aperte al posto di lagune ed acquitrini.

La nutria è stata introdotta in Italia all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, per la prima volta in Piemonte, per la produzione di pellicce. Quando il mercato di queste pellicce entrò in crisi le aziende chiusero e, anziché affrontare i costi di abbattimento degli animali ancora presenti negli allevamenti, li liberarono in natura, ignorando la determinazione e la capacità di adattamento delle nutrie che colonizzarono diversi ambienti naturali. Attualmente la nutria è molto diffusa nel centro e nord Italia, ed è anche presente, seppur in numero limitato, nell’Italia meridionale e nelle isole.03

Specialmente negli ultimi anni si è espanso nella pianura padana, in Toscana, lungo la costa adriatica, dal corso del fiume Brenta in Veneto, in Friuli-Venezia-Giulia fino all’Abruzzo e sul versante tirrenico settentrionale e centrale del Lazio. Presenze localizzate si hanno anche nell’Italia meridionale, nell’alta Campania, in Sicilia (per esempio nella riserva naturale del fiume Irminio) e Sardegna.

In Italia si è tentato diverse volte di arginare la diffusione della nutria tramite l’abbattimento ma con risultati infruttuosi. Questo animale gode dello status di specie naturalizzata e quindi, secondo la Legge 157/92, non cacciabile.  Nel 2014 i direttori generali del Ministero della Salute, Silvio Borrello e delle Politiche Agricole, Giuseppe Cacopardi, emanarono una circolare che legalizzava lo sterminio e la tortura delle nutrie, anche all’interno delle aree protette e al di fuori del periodo di caccia. Tuttavia nel febbraio del 2016 tali ordinanze furono revocate perché giudicate illegittime. Sono in corso progetti di controllo di colonie di nutrie tramite la sterilizzazione che potrebbero rappresentare un’alternativa all’abbattimento con armi da fuoco.

Occupiamoci ora del suo utilizzo a tavola. Due circolari del ministero dell’Interno, risalenti addirittura al 1959, autorizzano il consumo di carni di nutria, a patto che siano “sottoposte a vigilanza veterinaria, messe in vendita ad animale intero e individuate con apposito bollino a cura dell’allevatore”. Fu in quel periodo che molti ristoranti, secondo quanto riporta la Gazzetta di Modena, aggiunsero ai loro menù piatti a base di carni di nutria. Oggi questi piatti sono tornati, se non di moda, per lo meno d’attualità, almeno nelle parole del veterinario modenese Mauro Ferri: “La nutria fa parte dei piatti di campagna europei e americani. È simile al coniglio”. Tenetevi forte: è assimilabile o migliore di tacchino, pollo e manzo in termini di contenuti di proteine (22,1%), di bassa percentuale di grasso (1,5%) e colesterolo “cattivo”. Allora perché non gustarsi un delizioso panino? La carne è molto magra e assomiglia a quella del coniglio, con un gusto paragonabile a quello del tacchino.

La ricetta più semplice è quella della nutria in umido; dopo averla lasciata marinare in olio, aceto e rosmarino per 12 ore, si cuoce a fuoco lento in padella con olio, cipolle, sedano, carote, peperoncino e spezie, con l’aggiunta di salsa di pomodoro.

A Farra di Soligo (Treviso) un gruppo goliardico di amici, “quei dea nutria”, organizza periodicamente cene a base di paté di nutria, nutria al forno con le cipolle, nutria arrosto con le patate e, per finire, fegatini di nutria alla veneziana. Il tutto annaffiato con Prosecco e Raboso del Piave.