I festeggiamenti per l’annuale ricorrenza di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) ci inducono ad alcune riflessioni su una tradizione che, a differenza di altre, non è mai venuta meno e che anzi negli ultimi anni sta conoscendo un nuovo vigore, in particolare a Pianello di Cagli, PU.

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Quella di Sant’Antonio abate, comunemente venerato come protettore degli animali, è una festa genuina, ancora non colonizzata dagli artifici della società consumistica e, grazie a questa “purezza”, ha ancora un sapore autentico, immediatamente percepito da coloro che, numerosissimi, partecipano in vario modo alle celebrazioni.

Molti conoscono il significato e l’importanza per le economie rurale dove la salvaguardia della salute e del benessere degli animali è fondamentale per assicurarsi il pane quotidiano, pochi però conoscono le radici più antiche e profonde che, attraversando la memoria della civiltà contadina, si ricollegano direttamente ad antichi culti pagani e celtici.

Gli animali in passato, così come oggi, hanno sempre avuto una funzione fondamentale nelle nostre comunità. Certo, il rapporto fra uomini e animali è molto cambiato nel corso degli anni: oggigiorno è l’uomo che, con i frutti del proprio lavoro, nutre gli animali (cani, gatti, uccelli, pesci, criceti, etc.), mentre per i nostri avi accadeva esattamente l’inverso, erano loro che traevano nutrimento, diretto e indiretto, dal lavoro e dalla fatica di buoi, muli, e cavalli e dalla mungitura e dalla macellazione di pecore, maiali e animali da cortile.  Questa considerazione ci dà la consapevolezza che il nostro nutrimento può essere tratto soltanto dai frutti della terra e che rispettare la terra e il suo equilibrio significa innanzitutto rispettare noi stessi.

Se torniamo a capire la funzione primaria e primordiale degli animali, comprendiamo meglio anche il motivo della popolarità di una festa tradizionale, quella di Sant’Antonio abate, che si celebra il 17 gennaio di ogni anno.

È nelle motivazioni profonde legate alla sopravvivenza che trae origine la devozione contadina verso Sant’Antonio abate, una devozione talmente radicata nelle zone rurali del nostro paese, che, in alcune località, è passata quasi indenne attraverso la modernità e ora trova nuova linfa nella riscoperta delle tradizioni e nella voglia di conoscere un mondo ormai scomparso.

In occasione della festa di Sant’Antonio abate anche nella nostra comunità viene organizzato ogni anno un pranzo di ringraziamento perché questa ricorrenza racchiude tradizione e religione. Sant’Antonio protegge gli animali che devono servire all’alimentazione dell’uomo, quindi li preserva dalle malattia affinché vivano in ottima salute; la tradizione vuole che in questa occasione si ringrazi il santo con un pranzo e si faccia della beneficenza.

Il lungo periodo intercorrente fra il solstizio d’inverno e l’equinozio primaverile, nella religione romana arcaica, era costellato da numerose cerimonie il cui fine ultimo era quello di purificare uomini, animali e campi, propiziando gli dei affinché questi favorissero il nuovo corso della natura, che stava per avviare un nuovo ciclo con l’arrivo della primavera.

Alla fine di gennaio si celebravano le Feriae sementinae in onore delle divinità Cerere e Terra, alle quali si offrivano pozioni di latte e mosto cotto, detta buranica, e si sacrificava loro una scrofa gravida accompagnata da un’offerta di farro, mentre gli animali da lavoro venivano inghirlandati di fiori e lasciati a riposo. Durante questa festività agricola alle due dee, alla fine della semina a gennaio, si offriva una scrofa gravida a Tellus e spighe di spelta a Cerere, per ottenere i loro favori nel nuovo ciclo della natura.

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