Insieme alle notizie riguardanti  Sant’Antonio abate e gli eventi legati alla sua ricorrenza, di seguito vi raccontiamo alcune curiosità e leggende.

Narra una leggenda del Nuorese che una volta nel mondo non c’era fuoco e si soffriva il freddo. Alcuni uomini chiesero aiuto a Antonio, che viveva nel deserto della Tebaide, affinché gli procurasse del fuoco. L’eremita andò a bussare, con il suo maialino, alle porte dell’inferno. Quando i diavoli lo videro si spaventarono perché conoscevano i suoi poteri, e lo respinsero ma mentre stavano per chiudere la porta, entrò il maialino, che si mise a scorrazzare sconvolgendo la vita dei diavoli. Per risolvere il problema, pregarono sant’Antonio affinché ritornasse all’inferno per riprendersi la bestiaccia. Il santo scese nel regno dei diavoli con l’inseparabile bastone a forma di Tau. Durante la risalita, fece prendere fuoco il bastone, così appena giunto sulla terra poté accendere una catasta di legna e da allora il fuoco ha riscaldato l’umanità.

La leggenda che tramanda l’immagine di Sant’Antonio legata alla protezione degli animali è riferita all’accompagnamento con il maialino, anche se  è stato osservato che il maialino in origine era un cinghiale. Nel quadro custodito alla National Gallery di Londra della Madonna con Bambino assieme a sant’Antonio e a san Giorgio, di cui riportiamo l’immagine qui a fianco, il Pisanello raffigurò l’eremita con un cinghiale.

Il cinghiale era l’attributo di un dio celtico rappresentato come un giovane che porta in braccio l’animale. Secondo Margarethe Riemschneider, studiosa tedesca, questo dio-cinghiale era il simbolo di Lug, rappresentato anche come dio-cervo e dio del gioco. Lug era colui che risorgeva assicurando la resurrezione dell’uomo e, ogni anno, il ritorno della primavera, della “luce”: dunque garante di fecondità e di nuova vita. Era figlio della Grande Madre celtica cui erano consacrati i cinghiali e i maiali, come a Cerere.

I celti lo onoravano al punto di mettere una statuetta di cinghiale sull’elmo e di raffigurarli sugli stendardi. Spalmavano addirittura sui capelli, che portavano corti, una densa poltiglia di gesso perché diventassero rigidi e assomigliassero alla cotenna dell’animale,

Statua di Galata morente, volto lato sx, dopo restauro

come testimonia la statua di  Galata morente del Museo Capitolino a Roma.  La capigliatura a ciocche stoppose, in origine più lunghe e oggi spezzate, riproduce l’uso celtico di bagnare i capelli prima della battaglia con acqua e gesso.

In molte leggende dell’area celtica si narrava la caccia al cinghiale immortale,  attuata per impadronirsi di un pettine e di una forbice posti fra le sue orecchie: allegoria della comunione, in forma di cosmesi, con il dio Lug del quale i capelli impomatati in forma di cotenna erano il simbolo. Gli stessi sacerdoti druidi, erano chiamati “Grandi Cinghiali Bianchi”. Neppure il primo Medioevo perse la nozione che il cinghiale fosse un animale divino, se correva voce che tutti i re della stirpe merovingia avessero la spina dorsale coperta di setole al pari dei cinghiali, e se Teofane riferisce che avevano il soprannome di “schiena-pelosa” o di “setolosi”.

I Celti convertiti hanno probabilmente trasferito gli attributi di Lug su sant’Antonio, le cui reliquie erano giunte proprio nelle loro terre, in Francia. In seguito il cinghiale fu sostituito con il maialino, per estirpare il ricordo dell’antica religione precristiana. Giustificarono il maialino con due leggende: la prima narra che il maialino era il diavolo sconfitto dall’eremita e costretto a seguirlo sottomesso (simbolo del diavolo sconfitto dall’eremita), la seconda narra che il santo aveva guarito un maialino e che da quel giorno lo seguiva come un cagnolino.