La notte tra il 5 e il 6 gennaio è la notte della luce e della rinascita del sole, dei campi che diventano fertili per la prossima primavera e delle rivelazioni legate ai riti propiziatori per i raccolti agrari.

Un momento carico di misticismo cristiano e pagano, perché l’Epifania (che vuol dire «apparizione»), ha radici molto più antiche della nascita del figlio di Dio.
In realtà le origini della Befana risalgono a una tradizione degli antichi Romani e i Celti che, nel propiziarsi Madre Natura, praticavano il culto associato alla figura della dea Diana che, assieme a diverse altre figure mitologiche, era uno dei simboli di protezione, custodia e sovranità della Terra.

Il personaggio della Befana può essere avvicinata alle figure delle culture del nord Perchta e Holda e ad altre varianti; era una volta conosciuta come una divinità nelle tradizioni alpine pre cristiane. Il suo nome significa “La Splendente” poiché le parole peraht, berht e brecht significano radioso, luminoso e o bianco.

Perchta è anche chiamata la “Signora delle Bestie”. Era una guardiana del mondo animale e della natura nelle antiche culture cacciatrici Germaniche, probabilmente dalle stesse origini di Holda.

Secondo i filologi Grimm e Motz, Perchta è una cugina meridionale di Holda, in quanto entrambe si dividono il titolo ed il ruolo di signora delle bestie e compaiono nei dodici giorni compresi tra Natale e l’Epifania.

In alcune descrizioni Perchta ha due forme: può apparire bella e bianca come la neve oppure vecchia ed anziana. In Italia, quindi,  Perchta è associabile alla Befana.

Il personaggio mitologico s’invocava 12 notti dopo il Solstizio d’Inverno per portare fertilità: perché volasse sui campi per lasciarli pieni di frutti, compiendo un’ultima fatica poco prima di morire per il freddo dell’inverno e contemporaneamente rinascere per il raccolto della primavera.

Ecco il perché della sua ambivalenza. La Befana-Madre Natura è contemporaneamente la morte e la vita, il male e il bene, il buio e la luce, una donnina anziana e brutta ma in fondo buona: una figura che rappresenta la conclusione di un ciclo e l’inizio di un altro, che ogni cultura celebra dalla notte dei tempi con riti, usanze, amuleti portafortuna. Perché in questa notte di passaggio tutto può succedere: dimenticare i brutti pensieri, trovare la felicità, e l’amore.

In Veneto e Friuli è diffusa l’usanza di accendere grandi fuochi nelle piazze dei paesi alla vigilia dell’Epifania (panevin). Sicuramente si tratta di una tradizione che affonda le radici nelle credenze precristiane legate al solstizio d’inverno. L’interpretazione della direzione delle scintille del falò farà indovinare come sarà l’anno che sta cominciando: “Se’ e faive va al garbin, parecia ‘l caro pa’ ndar al muin. Se ‘e faive va a matina, ciol su ‘l sac e va a farina”, “Se le faville vanno a sud-ovest, prepara il carro per andare al mulino. Se le faville si dirigono a oriente, prendi il sacco e vai a cercare farina”. Tuttavia la spiegazione popolare che viene data riferisce che questi fuochi servirebbero per far luce ai Magi nel loro viaggio alla ricerca della grotta della Natività. Intorno al fuoco si beve vin brulè (ottenuto dal vino bollito con chiodi di garofano e cannella) e si mangiano dolci tipici tra cui la pinza.

Ricordando un’usanza di origine celtica, in Friuli per l’Epifania ancora oggi è diffuso il lancio dei «cidulis». Sono dischi di legno infuocato che si lanciano gridando il nome della persona amata per chiedere agli dei come andrà la storia d’amore: se il disco si spegne prima di cadere sarà una storia travagliata, se resta acceso sarà una storia felice.

I falò di inizio anno sono una tradizione popolare dell’ Italia nord orientale e dell’ Emilia occidentale, consistente nel bruciare delle grandi cataste di legno e frasche nei primi giorni di gennaio, solitamente la vigilia dell’Epifania. Data la sua larga diffusione, ne esistono moltissime versioni e denominazioni: in Friuli è detto pignarûl (o, in alcune zone della  Bassa friulana, cabossa), in Bisiacaria seima, nelle provincie di Treviso, Pordenone e Venezia panevìn o panaìn (da pan e vin “pane e vino”, in segno di augurio per un anno di abbondanza), ma anche capànpìroła-pàrołavècia (“vecchia”: le pire possono assumere la forma di un fantoccio), fogherada e bubarata, nel basso Friuli (specie lungo il basso corso del Tagliamento) e nel Veneto Orientale foghèra o casèra, nel Veronese e nel  Polesine brioloburiolobrugnèlobrujèobruja e simili. In provincia di Parma e Reggio Emilia è chiamata Fasagna; la Fasagna è un tradizionale rituale propiziatorio per i raccolti delle campagne che si celebrava la sera del 5 gennaio nelle campagne. Le origini di questa pratica sono probabilmente pagane, viste le assonanze con riti dell’epoca romana che si svolgevano a inizio anno con uguale scopo propiziatorio. Fino alla metà del XX secolo la Fasagna veniva regolarmente celebrata in tutte le case nelle aree rurali. Con l’industrializzazione anche delle aree non urbane, gli spostamenti della popolazione verso le città in cerca di lavoro nel dopoguerra, questo rituale ritenuto troppo legato a un mondo arcaico contadino è caduto in disuso. Si assiste tuttavia oggi a una rivalorizzazione di questa pratica riproposta in chiave moderna come recupero delle tradizioni locali.

Durante i giorni precedenti all’esterno della casa veniva allestita una catasta costituita da ramaglie provenienti dalla potatura, scarti di lavorazione di prodotti agricoli (principalmente canapa e granoturco) e quant’altro di poco conto si potesse bruciare. Ne nasceva una sorta di gara tra le varie famiglie vicine a chi realizzava il cumulo più alto. Il 5 di gennaio, poco dopo il tramonto, aveva luogo il rito della Fasagna, dando fuoco alla catasta.

Era in particolare una festa per i più piccoli, che con in mano un fascio di canavöc’ (scarti della lavorazione della canapa) cui era stato dato fuoco scorrazzavano sotto gli alberi da frutto ripetendo la suddetta filastrocca per propiziare un raccolto abbondante nell’estate a venire. In alcuni paesi della BASSA PARMENSE questo rituale viene anche chiamato Scargabandéra.

Una volta spentosi il fuoco, la sera stessa a cena era tradizione mangiare i tortelli di zucca. I tortelli nella civiltà contadina erano il tipico cibo delle feste, e ognuna di queste prevedeva un particolare tipo di ripieno diverso.

Nelle zone di Bologna e Modena vi è l’usanza di bruciare un fantoccio raffigurante un vecchio falò del vecchione), come sul Lago Maggiore, dove è chiamata se brüsa ul vécc.

Sembra che questa usanza derivi da riti purificativi e propiziatori diffusi in epoca pre cristiana. I Celti, per esempio, accendevano dei fuochi per ingraziarsi la divinità relativa e bruciavano un fantoccio rappresentante il passato. Mentre il falò ardeva, i contadini in cerchio gridavano e cantavano varie formule augurali.

Rimasta intatta come rituale da svolgersi nella vigilia dell’Epifania, ancor oggi la fiamma simboleggia la speranza e la forza di bruciare il vecchio (non a caso si può bruciare la “vecchia” posta sopra la pira di legna).

Il rogo è talvolta benedetto dal parroco e lo scoppiettare dell’acqua santa nel fuoco viene identificato con il demonio infuriato che fuggiva.

La direzione del fumo e delle faville (talvolta alzate di proposito dai contadini usando una forca) viene letta come presagio per il futuro.

Capita che in cima alla pira venga inoltre apposto un fantoccio dalle sembianze di una strega.

Ciò che brucia sta a simboleggiare l’anno ormai trascorso, mentre il fumo prodotto dalle braci viene letto per avere indicazioni su quello appena iniziato.

Si tratta di uno dei più antichi riti friulani di derivazione celtica. La sua origine sembra infatti essere connessa a Belanu,  divinità proto-celtica della luce adorata dai Celti continentali ed insulari.

Attorno al falò si vive un momento conviviale cui partecipa tutta la comunità; tradizione vuole che si sorseggi un bicchiere (e perché no, anche più di uno!) di vin brulè e si mangi la pinsa, una focaccia con farina di mais, pinoli, fichi secchi e uvetta.