Oggi, ventidue dicembre duemiladiciannove, è il giorno del Solstizio d’Inverno.

Il termine solstitium (dal latino sol, sole, e sistere, stare fermo) indica una apparente “fermata” del Sole nel cammino che esso sembra compiere nella volta celeste. Nei giorni intorno al solstizio d’inverno infatti, la nostra stella sembra smettere di calare rispetto all’equatore celeste e “fare una pausa” in cielo, per poi invertire il suo cammino e iniziare il moto di avvicinamento all’equatore celeste. Sembra insomma tramontare e poi risorgere dalla stessa posizione: come se precipitasse nell’oscurità per poi tornare a mostrarsi vitale e invincibile già a partire dai giorni successivi. Ecco perché gli antichi romani celebravano, nei giorni attorno al solstizio invernale, la festa del “Sol invictus”, una celebrazione della rinascita che secondo alcuni è l’origine pagana del Natale.

Dopo il Solstizio, in cui si ha la notte più lunga dell’anno, le giornate ricominciano poco alla volta ad allungarsi.

Come tutti i momenti di passaggio, è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato lontanissimo.

Due erano temi principali che si intrecciavano e si sovrapponevano, uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l’altro era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell’Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell’Anno Crescente. Se il sole è un dio, il diminuire del suo calore e della sua luce è visto come segno di vecchiaia e declino. Occorre cacciare l’oscurità prima che il sole scompaia per sempre.

Un terzo tema, forse meno antico e nato con le prime civiltà agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano.

In questa serata si brucia il ramo dei desideri, o solo le piccole strisce di carta su cui voi e i vostri cari avete scritto il vostro auspicio per il nuovo anno.

Il rito del ramo dei desideri è un po’ la semplificazione del rito del ceppo di Yule, che veniva raccolto sui propri campi o donato da amici o familiari, e sistemato dentro il camino per essere ornato e decorato, cosparso di birra e farina, e acceso con un pezzo del ceppo conservato dall’anno precedente.

Il ceppo di legno bruciava per tutta la notte e andava lasciato sotto la cenere per i dodici giorni successivi. In Italia esiste una tradizione simile, dove il ceppo rappresenta simbolicamente l’albero della vita, falò e fuochi vengono accesi durante la lunga notte del solstizio d’inverno e festeggiando in compagnia si esprimono i desideri per l’anno nuovo davanti allo scoppiettante ceppo.

Il ceppo di Natale è un’usanza di origini antichissime che attraversa da nord e sud, da est a ovest, tutto il continente europeo. Si tratta di un’abitudine rurale che appartiene ai riti propiziatori e bene auguranti per il nuovo anno. Secondo le testimonianze risalirebbe al XII secolo e sarebbe stata molto diffusa nel continente europeo fino al XIX inizio del XX secolo. In quel periodo il camino era il cuore della casa e anche l’unica fonte di riscaldamento.

Secondo la tradizione, la Vigilia di Natale, il capofamiglia poneva nel focolare di casa un grosso tronco di legno, che poi veniva lasciato ardere anche nelle dodici successive notti fino all’Epifania. In particolare in Romagna, prima di recarsi alla Messa di Mezzanotte, si ponevano di fronte al camino ove ardeva “el zòc ad Nadèl tre sedie vuote e si lasciava la tavola apparecchiata con i resti del cenone. Si pensava che nella casa vuota sarebbe arrivata la Sacra Famiglia e avrebbe così potuto riscaldarsi e ristorarsi.

Se vi è capitato di vedere tra i dolci delle feste il Tronchetto di Natale, sappiate che è di origine francese, ma non è altro che la versione culinaria del ceppo di Natale, una tradizione che potete quindi continuare anche a tavola!

CURIOSITÀ

Se oggi il sito neolitico di Stonehenge è conosciuto per le feste pagane di inizio estate, per chi lo edificò era forse più importante per il solstizio d’inverno: in questa occasione si macellavano gli animali, proprio nel periodo in cui la fermentazione del vino e della birra aveva raggiunto il suo apice. Si pensa che le grosse pietre di Stonehenge siano state accuratamente allineate su una linea visuale studiata per godere appieno del tramonto nel giorno del solstizio d’inverno.

 

NON SEMPRE IL SOLSTIZIO D’INVERNO CADE IL 22 DICEMBRE

Il motivo ha a che fare con la differenza tra l’anno tropico (o solare) su cui si basa il calendario gregoriano che usiamo, e l’anno siderale (il periodo orbitale della Terra) che è di 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi.

Il nostro calendario, per semplificare, arrotonda a 365 giorni, ma così lascia fuori, ogni anno, un po’ più di sei ore: un ritardo che si accumula facendo oscillare date e orari dei solstizi invernali tra il 21 e il 22 dicembre e che si recupera, ogni 4 anni, con l’aggiunta di un giorno a febbraio nell’anno bisestile … come sarà il 2020!