Schiacciato dalla bellezza e dalla fama delle vicine Gradara e Fiorenzuola di Focara, il piccolo castello di Granarola se ne sta timido, quasi in disparte sul suo colle; ma questi vanta una storia che merita di essere tirata fuori dall’angolino nella quale è stata relegata. E allora non ci resta che scoprirla!

Come appare implicito dal suo stesso toponimo, Granarola fu un luogo fortemente legato all’economia agricola del territorio che lo circondava. Il suo nome deriva dal termine granarium, con l’aggiunta del suffisso iolus, granariolus, che significa, piccolo granaio.

Si pensa che già in epoca romana esistessero delle fosse per la conservazione delle granaglie prodotte nelle valli limitrofe. Con il tardo antico il nome Mons Granorum o Granatuum, venne volgarizzato in Granarolum. Questo toponimo attesta che nella zona, con certezza già nell’alto medioevo, c’era una notevole diffusione della cerealicoltura.

Tra il V e il VIII secolo l’Italia si vide investita da un forte cambiamento climatico, forti piogge e l’abbassamento della temperatura portarono a modificare sia il territorio sia gli insediamenti antropologi su di esso.

Anche la piana posta ai piedi di Granarola soffrì questa nuova situazione. Il fiume Tavollo, un tempo affluente del Ventena, ruppe gli argini verso Fanano, sfociando tra Gabicce e Cattolica, e diventando un vero e proprio torrente.

Si ebbero così periodi di esondazioni e sovra alluvionamenti che causarono impaludamenti e situazioni di microclimi malsani, portando la popolazione sita in questi luoghi a esodi verso i colli circostanti più salubri e più difendibili.

Con tutta probabilità fu intorno al VI secolo che sorsero i primi nuclei fortificati in cima a questi colli, per mano delle popolazioni Bizantine. Nel caso di Granarola, esistevano già dei nuclei di epoca imperiale e in questi resti si insediarono le genti che ampliarono il castello.

La prima indicazione storica di Granarola come castrum è del 998 e il primo documento che racconta del piccolo castello è una pergamena, nella quale Papa Gregorio V° conferma alcune pertinenze all’Imperatore Ottone III°. Nello stesso testo si apprende che il minuto borgo era assoggettato agli arcivescovi di Ravenna già da qualche decennio.

Il castello di Granarola godeva di una posizione privilegiata, strategica, e per ciò, assieme a quelli di Gabicce, Casteldimezzo, Gradara, Tavullia e Fiorenzuola di Focara, andava a formare una imponente linea di difesa ed era altresì da considerarsi luogo chiave per il controllo del territorio.

Una pergamena del 1192 descrive il castello già circondato da una oppida, dotato cioè di una cinta muraria. Ne deriva che alla fine del XII secolo lo sviluppo urbano era ormai completo e il castello poteva ritenersi “urbanisticamente assestato”, con mura in pietra o laterizio, e il bosco che ne occultava la vista dalla valle. Una pergamena del 1215 descrive anche la presenza di un fossato.

Nel 1227 è citato anche il burgus, il piccolo agglomerato di case esterno alla cinta muraria, sorto intorno all’odierna parrocchia di San Cassiano e nella zona antistante la chiesa. Questo è segno di ottima salute del castello, e di sicurezza politica che permetteva il sorgere di agglomerati anche al di fuori delle mura. È nel basso medioevo che nacque l’insediamento “moderno” di Granarola, e che si posero le basi per tutta l’economia agricola della valle.

Correva l’anno 1271 quando gli abitanti di Granarola fecero atto di sottomissione a Rimini, ma ci vollero appena dodici primavere perché il castello tornasse in mano alla Chiesa, la quale lo affidò di nuovo agli arcivescovi di Ravenna. Furono i Malatesta a conquistare la piccola fortezza e a cederla alla Chiesa pesarese. Nel 1464 Granarola dovette subire l’occupazione delle truppe di Federico da Montefeltro, prima che l’urbinate la cedesse all’amico Alessandro Sforza, novello signore di Pesaro.

Che aspetto aveva anticamente il castello di Granarola?

Sono due documenti, rispettivamente del 1195 e del 1215, a raccontarci come un tempo si presentava il castello. Questi incartamenti narrano di un borgo murato piuttosto piccolo, ma con tutte le carte in regola per essere definito di tipo difensivo.

A quanto pare il castello di Granarola era incastonato in mezzo a una selva decisamente estesa che, oltre a renderlo invisibile al nemico da lontano, limitava la fattibilità di operazioni militari dei rivali, rendendo assalti e assedi idee difficilmente tramutabili in cosa pratica. Il castello poteva inoltre contare sulla protezione di spesse mura e di un fossato, nonché del vantaggio dato dalla sua posizione rialzata rispetto agli attaccanti.

Come detto, Granarola, anche considerando le famiglie che vivevano il borgo sorto fuori dalla cinta muraria, era un nucleo piuttosto esiguo: la sua importanza si deve pertanto ai non pochi che ne abitavano il contado.

Sfogliando le pagine che l’opera “La Provincia dei Cento borghi” di Daniele Sacco dedica a Granarola, emerge un particolare interessante, cioè che, negli anni successivi al ‘500, nel contado del castello era sorto un ghetto di contadini nullatenenti. Questi erano costretti a vivere di lavori alla giornata e di espedienti che a stento permettevano loro l’affitto di una misera abitazione. Neanche a dirlo, questa triste concentrazione di case sorgeva lungo quella che oggi si chiama Via del Ghetto.

Già dal nome appare subito chiaro come il castello di Granarola fosse legato all’economia agricola del suo territorio. Di sicuro questi luoghi erano coltivati a cereale nell’alto medioevo, ma si pensa che ancor prima, vale a dire in epoca romana, fossero presenti delle fosse adibite alla conservazione delle granaglie.

Queste fosse sotterranee erano situate sia dentro che fuori le mura castellane e avevano il compito di proteggere il raccolto da briganti e parassiti. Era l’assenza di umidità nel terreno l’elemento principe nella scelta dei luoghi che le avrebbero ospitate.

Fu l’avanzata della tecnologia in campo militare a bollare il castello di Granarola e le sue difese come obsoleti. Questo fece sì che il luogo perse d’importanza militare prima ed economica poi, per avviarsi ad un lento quanto inevitabile declino.

Granarola fa parte del comune di Gradara, e dista 2,10 chilometri dal medesimo comune di Gradara di cui essa fa parte. La frazione sorge a 136 metri sul livello del mare.

FONTI: wikipedia, Il Federico, Marche travelling.